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Gli appuntamenti pubblici della settimana: Garbagnate Milanese, Mendrisio e radio

Martedì 12 alle 11.10 sarò in diretta sulla Rete Uno della RSI (streaming), ospite di Nicola Colotti, per parlare di come Facebook sia diventato talmente pervasivo e complesso da produrre effetti deleteri inattesi (come ha ammesso di recente Sheryl Sandberg, COO di Facebook, sul New York Times) e di come i governi tentano di usare i social network per zittire i dissensi.

Sempre martedì 12, ma alle 21, sarò a Garbagnate Milanese, alla Sala della Biblioteca Comunale (corte Valenti, via Monza 12), per la conferenza Una giornata spaziale! che racconta, attraverso le parole dei protagonisti, come si vive sulla Stazione Spaziale Internazionale. La serata è dedicata agli studenti.

Giovedì 14 alle 14:30 sarò a Mendrisio, alla Sala del Consiglio Comunale, per la seconda parte della conferenza Gli inganni della mente nell’ambito dei Corsi UNI3.

Come consueto, inoltre, sarò ospite di Radio InBlu il martedì e il giovedì alle 9.03 e alle 17.03 per la rubrica La Rete in 3 minuti e venerdì condurrò una puntata del Disinformatico sulla Rete Tre della RSI (streaming).


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Podcast del Disinformatico del 2017/12/08

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera.
Attenzione: l'inizio del podcast è troncato a causa di problemi tecnici.
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Su Le Scienze smonto la bufala del “manuale USAF delle scie chimiche”

Nel numero 592 de Le Scienze affronto una storia che sta a metà fra il debunking delle “scie chimiche” e la cronopareidolia: gli sciachimisti hanno scoperto con grande clamore che esiste un manuale delle forze armate statunitensi che si chiama Chemtrails. Sì, proprio così, nero su bianco, senza segreti. Il manuale è pubblicamente in vendita ed è addirittura lettura consigliata per chi frequenta le accademie militari.

Come è possibile? Non voglio fare spoiler: trovate tutti i dettagli nella rivista. La cosa importante è che se qualche sciachimista o simpatizzante vi propina questa tesi, sapete già che è una bufala e sapete dove trovarne la spiegazione.
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Strumenti digitali per sorvegliare i figli: attenzione a leggi e limiti

Siete genitori preoccupati per i vostri figli e le loro attività online e vorreste usare la tecnologia per tenerli d’occhio? Non siete i soli: è un sentimento molto diffuso ma purtroppo a volte mal riposto.

Provo a mettere un po’ d’ordine negli aspetti legali, tecnici e pratici dei vari dispositivi tecnologici che oggi consentono a un genitore di creare una sorta di salvagente elettronico (o, per alcuni, guinzaglio) per i propri figli.


Che cosa si può fare tecnicamente?


Il bouquet di possibilità tecniche è decisamente ricco. È possibile tracciare la localizzazione, per sapere in ogni momento dove si trova il figlio, usando apposite app per smartphone o per smartwatch oppure dispositivi di tracciamento incorporati permanentemente negli indumenti o nella cartella, che utilizzano la rete cellulare. Lasciate perdere i vari chip sottopelle raccontati ogni tanto dai giornali: sono, per ora, solo storielle acchiappaclic a causa della loro portata limitatissima (qualche metro nelle condizioni migliori).

Questi dispositivi di localizzazione possono informare costantemente sulla posizione del minore oppure inviare un segnale soltanto se il minore si trova al di fuori di una zona o di un percorso prestabilito (per esempio non segue il normale tragitto casa-scuola), e in questo caso si parla di geofencing: in pratica si crea una sorta di “recinto” elettronico. Un’altra modalità è la localizzazione soltanto su richiesta del genitore: il figlio è libero di andare dove vuole e non viene sorvegliato costantemente, ma se il genitore ha bisogno può sapere dove si trova.

Esistono inoltre app, da installare su smartphone e computer usati dai figli, che consentono di monitorare a distanza qualunque loro attività online: telefonate, messaggi SMS, social network (compresi i messaggi criptati di WhatsApp), foto, mail e ogni cosa digitata sulla tastiera. In alternativa al monitoraggio, si possono imporre dei filtri o impostare degli allarmi: per esempio, si possono bloccare gli acquisti online, limitare gli orari e i tempi di utilizzo, si può impedire l’accesso a siti indesiderati o inadatti, si possono scegliere le persone con le quali il minore può chattare, oppure si può essere semplicemente avvisati in modo silenzioso quando il figlio fa una di queste cose.


Ma è legale?


Avrete notato che la tecnologia consente un livello di sorveglianza mai visto prima, degno di uno stato di polizia o di un Grande Fratello orwelliano. Se foste nei panni dei vostri figli, probabilmente non gradireste l’idea di essere pedinati e osservati costantemente.

La questione della legalità di questi sistemi di sorveglianza è complessa e non voglio sostituirmi agli esperti, ma ci sono alcuni criteri di fondo da considerare, come la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia dell’ONU: in molti ordinamenti giuridici nazionali, i genitori hanno il diritto di correzione e controllo e l’obbligo di vigilanza ed educazione verso i minorenni, e in alcuni casi questo diritto e quest’obbligo possono prevalere sul diritto del figlio (anche minorenne) di avere una sfera privata. Per esempio un genitore solitamente può sorvegliare elettronicamente un minorenne se questo serve realisticamente a proteggerlo da un pericolo concreto (o a impedirgli comportamenti che possono danneggiare altri) ma non se la sorveglianza diventa morbosa o è spinta da semplice curiosità.

Va considerato, inoltre, che i genitori sono legalmente responsabili di quello che fanno i loro figli minorenni e che di solito gli abbonamenti alla rete telefonica cellulare o ai giochi online sono intestati ai genitori, per cui queste responsabilità normalmente giustificano una ragionevole sorveglianza.

Un altro criterio è la trasparenza: un conto è sorvegliare l’attività digitale dei figli di nascosto e un altro è farlo con il loro consenso o perlomeno avvisandoli che sono sorvegliati. Legalismi a parte, si tratta anche di decidere che tipo di rapporto si vuole avere con i propri figli.

Tutto cambia se il figlio non è minorenne: in tal caso qualunque sorveglianza occulta non consensuale è quasi sicuramente illegale, salvo casi molti particolari legati per esempio a condizioni mediche o psicologiche.

Il consiglio pratico è quindi di limitare la sorveglianza allo stretto indispensabile per la protezione dei figli, distinguere bene fra minorenni e maggiorenni, e scegliere se possibile la via del consenso.


Sorveglianza soft


Se si tratta semplicemente di sapere dove si trova un figlio in momenti specifici della giornata (e se un figlio vuole rassicurare i genitori ansiosi), esistono vari sistemi semplici e gratuiti di localizzazione volontaria, basati sugli smartphone, come Life360.

Per esempio, il figlio può condividere la propria localizzazione con i genitori usando WhatsApp: apre una chat (anche di gruppo), tocca l’icona degli allegati, sceglie Posizione e poi Condividi posizione attuale e decide un limite di tempo per il quale segnalare la propria posizione. Le istruzioni di WhatsApp sono qui.

La stessa condivisione temporanea della localizzazione è possibile in Google Maps: al figlio basta toccare il pallino blu che indica la propria posizione, scegliere Condividi la tua posizione, scegliere una durata e un destinatario. Le istruzioni di Google sono qui.

Se figlio e genitore usano Facebook Messenger, possono condividere la posizione aprendo una conversazione, toccando il simbolo “+” e poi toccando Luogo. Le istruzioni di Facebook sono qui.


Sorveglianza approfondita e non consensuale


Credit: Gadgetblog.
Ci sono, purtroppo, casi in cui il consenso non c’è o non basta: un figlio ribelle, che ha cattive compagnie, che ha sviluppato una dipendenza da videogiochi o da social network, che è preso di mira da un bullo a scuola o da un molestatore che gli spegne lo smartphone, che ha problemi di attenzione, memoria o orientamento, o più semplicemente un figlio molto piccolo che non sa come usare uno smartphone o uno più grande che si sta divertendo troppo e si dimentica che doveva attivare la localizzazione per non impensierire i genitori.

In casi come questi ci sono dispositivi di localizzazione automatici e autonomi da integrare negli indumenti (per esempio nelle scarpe) o cucire dentro una cartella o zainetto. Ci sono anche braccialetti, smartwatch e ciondoli, che hanno a volte anche una funzione di allarme. Hanno una propria batteria e una propria SIM, per cui funzionano senza dipendere da un telefonino, e in molti casi la loro batteria si carica senza doverli rimuovere dal loro alloggiamento.

Per sorvegliare completamente le attività online servono invece applicazioni apposite, alcune delle quali sono completamente invisibili se l’utente non è particolarmente esperto. Ne trovate un buon elenco qui su Laleggepertutti.it.


L’altra faccia della sorveglianza


Le possibilità sono tante, insomma, ma ci sono anche alcuni rischi che è meglio considerare attentamente. Per esempio, questi gadget digitali possono creare l’illusione del controllo, perché il figlio usa il telefonino o la connessione Internet di qualcun altro e non lascia tracce sul proprio, oppure affida il telefonino a un compagno che resta a scuola e quindi elude la geolocalizzazione.

Non bisogna trascurare, inoltre, il costo di alcuni di questi sistemi e l’onere di sfogliare grandi quantità di dati, schermate e spostamenti ogni giorno, e c’è anche il rischio che altri possano mettere le mani su tutte queste informazioni sensibili accumulate. Ma le infinite opzioni di localizzazione e di sorveglianza sono anche una buona occasione per educare i figli a non dare a terzi con leggerezza le proprie informazioni, anche non sembrano particolarmente private. Il battito del cuore e i movimenti del polso registrati da uno smartwatch, per esempio, possono sembrare irrilevanti in termini di privacy, ma in realtà possono essere usati anche per monitorare l’attività sessuale.
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App spione in Google Play rubavano conversazioni di WhatsApp e altri dati

WhatsApp è apprezzato dagli utenti perché offre garanzie di riservatezza che molte app concorrenti non offrono: in particolare, offre la cosiddetta crittografia end-to-end, che significa che i messaggi scambiati con WhatsApp non possono essere letti da Facebook (la società proprietaria di WhatsApp) o da qualcuno che li dovesse intercettare in transito.

Ma questo non vuol dire che i messaggi di WhatsApp siano perfettamente segreti, ed è meglio tenerlo presente per decidere cosa scrivere e cosa invece dirsi a voce in privato. Esistono infatti vari modi per intercettare questi messaggi, per esempio infettando con un’app ostile uno dei telefonini che partecipano a una conversazione digitale.

Google ha appunto segnalato da poco una serie di app per dispositivi Android che contenevano una sorta di virus, denominato Tizi, che catturava le comunicazioni e le chiamate vocali fatte dalla vittima con Facebook, Twitter, WhatsApp, Viber, Skype, LinkedIn e Telegram, rubava le password Wi-Fi, i contatti, le foto e la localizzazione del dispositivo, registrava l’audio ambientale e scattava foto in modo invisibile. Un ficcanaso di prima categoria, insomma.

Cosa peggiore, queste app infette non erano presenti in siti discutibili, ma erano ospitate da Google Play, il negozio ufficiale delle app Android. La buona notizia è che l’infezione è stata eliminata e queste app infette sono state rimosse. Ma il rischio rimane, per cui è meglio fare un po' di sana prevenzione.

Il primo passo di questa prevenzione va fatto durante l’installazione di una nuova app: controllate quali permessi chiede e siate scettici di app che ne chiedono troppi. Una app-torcia che vi chiedesse la localizzazione o l’accesso agli SMS, per esempio, sarebbe molto sospetta.

Il secondo passo è controllare di aver attivato Play Protect, che è il sistema di Google per controllare le app già scaricate e per avvisare se si scarica un’app infetta. Nell’app Play Store sul vostro dispositivo, toccate il menu con le tre barrette in alto a sinistra e poi scegliete Play Protect. Se non avete questa voce, vi conviene aggiornare il telefonino o le sue app. Poi controllate che sia attiva, in Play Protect, la voce “Cerca minacce alla sicurezza”. Se non è attiva, attivatela: è stato proprio Play Protect a salvare gli utenti colpiti da queste app infette, disabilitandole sui loro telefonini in modo automatico.

Google consiglia infine di tenere sempre aggiornato il proprio dispositivo: infezioni come quella di Tizi, infatti, hanno effetto soltanto su chi ha vecchie versioni di Android.

In altre parole: come dicono spesso i guru del digitale, la sicurezza informatica non è un prodotto, è un processo. Se usate un’app piuttosto sicura come WhatsApp ma su un telefonino infetto, la sicurezza offerta da WhatsApp viene scavalcata. Conviene prendere in considerazione lo stato non solo del proprio telefonino, ma anche di quelli delle persone con le quali si scambiano messaggi. Altrimenti è come scambiare confidenze con un amico decisamente troppo pettegolo.


Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 5 dicembre 2017.
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